Storia della Sicilia

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La Sicilia è l’isola del Mediterraneo che ha visto più conquistatori e nella quale questi hanno lasciato le loro tracce in maniera più profonda, nel bene e nel male. La sua storia è ricca quanto travagliata, fatta di fasti e glorie quanto di conflitti e decadenza, in una terra che per secoli ha vissuto come colonia delle civiltà più ricche e potenti dell’area del Mediterraneo, seguendone a fasi alterne le sorti.

Greci, romani, arabi, normanni, aragonesi le hanno lasciato una cultura profonda e vivace, preziose tradizioni culinarie che rivisitate e unite a quelle autoctone hanno dato origine a una delle cucine più buone del mondo, città e siti archeologici di una suggestione unica che fanno rivivere la complessa storia dell’isola. Il prezzo da pagare però è stato alto per la Sicilia, che, sfruttata a dismisura, ha visto nei secoli profonde crisi economiche e sociali.

La Preistoria


La Sicilia fu abitata fin dalla Preistoria da popolazioni provenienti dall’Europa orientale che hanno lasciato traccia di sé in molte pitture rupestri; le più interessanti si trovano sul Monte Pellegrino e nella grotta del Genovese a Levanzo. Nel Neolitico approdarono sulle coste orientali e sulle Eolie popolazioni provenienti dal Mediterraneo orientale, portatori di una civiltà piuttosto avanzata che unitasi alla popolazione autoctona dette origine alla cosiddetta civiltà di Stentinello, di cui ci rimangono numerose ceramiche.

Vennero importate nuove tecniche di lavorazione dei metalli e lo sviluppo di agricoltura e allevamento portò alla costruzione di fattorie e villaggi stabili, che divennero basi per commerci sempre più estesi verso le lontane civiltà mediterranee. Durante l’età del Bronzo e quella del Ferro arrivarono dall’Italia continentale nuove popolazioni: gli ausoni, che si stabilirono nelle Eolie, e i siculi, nella Sicilia orientale, spingendo le popolazioni autoctone verso l’interno. I siculi furono coloro che introdussero nell’isola l’uso del cavallo e il culto dei morti. Verso la metà del XIII secolo arrivano i Sicani, probabilmente di origine non indoeuropea, che si stanziarono principalmente nella zona occidentale della Sicilia, presto spinti verso l’interno dall’arrivo degli Elimi, i fondatori di Segesta ed Erice.

La Sicilia greca, cartaginese e romana; i barbari e i bizantini


Tra XI e X secolo avvenne la penetrazione dei cartaginesi, che si insediarono a Panormo (l’odierna Palermo), Solunto e Mozia fra l’VIII e VII sec. Nello stesso periodo furono fondate le colonie greche della Sicilia orientale: Naxos fu fondata da greci provenienti dalla penisola calcidica e dell’isola cicladica di Naxos; Megara Hyblaea dai megaresi; a Ortigia di insediarono i corinzi e a Gela alcuni gruppi provenienti da Creta e da Rodi.

A queste comunità dobbiamo il sito di Selinunte e la stupenda Valle dei Templi di Agrigento, la cui visione continua ad avere del magico nonostante gli aborti edilizi che campeggiano nella zona. Ai greci si deve anche l’importazione di vite e ulivo, che tanta importanza hanno avuto e hanno tuttora nella cucina siciliana e in quella italiana in generale, ma purtroppo anche quella delle lotte intestine fra le città, alimentate anche dal fatto che delle ricchezze del territorio beneficiavano soprattutto i proprietari terrieri a scapito dei siculi indigeni e dei coloni greci di ultima generazione. I gravi contrasti sociali che ne derivarono sfociarono in ribellioni popolari, cui l’aristocrazia rispose con la costituzione di tirannidi, come quelle di Agrigento, Gela, Lentini, e soprattutto Siracusa, che accentrò su di sé le redini di una temporanea coalizione in chiave anticartaginese e ottenne l’egemonia su quasi tutta l’isola per i secoli successivi.

I cartaginesi di Annibale tentarono di approfittare della situazione di instabilità delle colonie greche occupando e saccheggiando Selinunte, Imera, Agrigento e Gela. La risposta del tiranno di Siracusa, Dionigi I, fu la distruzione della colonia punica di Mozia, i cui superstiti fondarono un nuovo insediamento a Lilibeo, l’odierna Marsala. Siracusa divenne una delle massime potenze del Mediterraneo, riassoggettò sotto il proprio potere tutta la Sicilia orientale e Dionigi si spinse addirittura sulle coste adriatiche dove fondò Ancona.

Non riuscì però a cacciare completamente i cartaginesi dall’isola e le guerre contro Cartagine continuarono fino al III secolo, quando entrò nella scena un nuovo imponente protagonista, l’impero romano, che sconfisse definitivamente Cartagine nel 241 rendendo la Sicilia una propria colonia. Siracusa fu fatta tributaria di Roma, la cittadinanza di Agrigento fu venduta schiava e sostituita con siciliani filo-romani e larghe confische del territorio portarono allo sviluppo del latifondo, alla diminuzione degli abitanti e alla decadenza economica dell’intera isola, con la conseguenza che cominciò maturare un certo indipendentismo e si moltiplicarono le rivolte degli schiavi. Nel 439 d.C. fa Sicilia fu invasa dai Vandali, poi arrivarono gli ostrogoti di Teodorico che la riunì nuovamente all’Italia; ma nel 535 a.C. Belisario, generale bizantino, la riconquistò.

L’epoca araba


Per circa 300 anni la Sicilia fu oggetto di continue scorrerie da parte soprattutto dei pirati saraceni provenienti dal Nord Africa. I mori all’epoca erano ormai diventati la potenza più dinamica del Mediterraneo e in seguito alla conquista di Pantelleria intorno al 700, vennero stipulati degli accordi commerciali che permisero ai mercanti arabi di insediarsi in alcuni porti della Sicilia orientale, prodromo della conquista araba vera e propria che avvenne nell’827 con diecimila saraceni, fra arabi, berberi e musulmani spagnoli, che approdarono a Mazara del Vallo; nell’831 fu la volta di Palermo mentre l’invasione dell’intera isola fu completata solo nel 965, dopo il saccheggio nell’878 della città di Siracusa e il massacro della sua popolazione.

Sotto gli arabi Palermo divenne una delle maggiori città del mondo, un centro cosmopolita ricco di giardini, sontuosi palazzi e moschee. Furono ricolonizzate le zone rurali, i grandi e improduttivi latifondi furono suddivisi e furono introdotte nuove colture come agrumi, canna da zucchero, lino, cotone, seta, meloni e palme da dattero, grazie a grandi lavori di ampliamento delle opere d’irrigazione. Fu sviluppata l’attività estrattiva, dato grande impulso alle saline e intensificati i commerci, che riportarono la Sicilia al centro di una fiorente rete commerciale.

Ancora, sotto gli arabi le imposte furono ridotte grazie a una più funzionale razionalizzazione e ci fu una maggiore tolleranza religiosa rispetto al periodo bizantino, anche se i non musulmani erano soggetti a un certo grado di discriminazione sociale, che contribuì molto probabilmente alla conversione di molti siciliani alla fede musulmana. L’eredità araba è rimasta anche in molti toponimi; un esempio per tutti è Pantelleria dove questa influenza è particolarmente marcata (Monte Gibele, Kamma, Bugeber, Bukkuram, Gadir…). O anche nella pesca: la terminologia legata alla mattanza dei tonni nelle isole Egadi è quasi tutta di origine araba.

Il secolo normanno


In seguito a lotte di potere interne al mondo arabo la capitale dell’impero fu trasferita in Egitto e la Sicilia perse la sua posizione centrale nel Mediterraneo arabo, diventando vulnerabile agli attacchi esterni. In seguito a una richiesta d’aiuto da parte di una delle fazioni arabe in lotta, Messina fu assediata nel 1061 da Ruggero d’Altavilla. Fu il primo passo della conquista normanna che si concluse però solo 30 anni dopo. Nel 1072 Palermo fu conquistata e proclamata capitale della Sicilia normanna.

Il secolo di dominazione normanna fu il periodo di massimo splendore della città e dell’intera isola, un’epoca feconda e irripetibile; il patrimonio artistico e architettonico lasciato in eredità non ha eguali, per la sua vastità e qualità, avendo assorbito i precedenti stili bizantino e arabo e avendoli incorporati nei grandi edifici civili e religiosi normanni che a distanza di secoli lasciano ancora a bocca aperta: il Palazzo dei Normanni, la cattedrale e la Zisa a Palermo, la cattedrale di Monreale, quella di Cefalù sono solo alcuni dei contributi architettonici più spettacolari. I normanni puntarono su una politica dell’accettazione, della tolleranza religiosa e dell’integrazione affidandosi alle strutture preesistenti, non potendo d’altra parte contare su un numero sufficiente di propri coloni; resero più efficiente l’amministrazione e imposero il francese e l’italiano in un’isola che era stata in gran parte araba e, di fatto, definirono il contesto socio-politico per i sette secoli di dominio straniero a venire. Ruggero I promosse lo sviluppo economico dell’isola, reinstaurò il cattolicesimo e puntò molto sui buoni rapporti diplomatici con le altre potenze, arrivando a far sposare le proprie figlie con gli eredi di due delle più potenti dinastie europee (uno dei quali fu il figlio dell’imperatore d’Occidente Enrico IV).

Suo successore fu il figlio Ruggero II, primo re normanno di Sicilia e uno dei regnanti più carismatici e dotati d’ingegno dell’Europa medievale, che rese l’isola il crogiolo degli elementi più creativi e capaci del mondo mediterraneo. Fu lui ad esempio a convocare a corte il geografo e viaggiatore arabo Idrisi incaricandolo di redigere un compendio del mondo allora conosciuto, quello che divenne “Il Libro di Ruggero”; le pagine dedicate da Idrisi alla Sicilia di Ruggero II parlano nientemeno che della “gemma del secolo”… Mecenate delle arti, Ruggero parlava anche il greco ed ebbe come suoi consiglieri molti musulmani. Con lui la Sicilia fu unita all’Italia meridionale, conquistò anche Malta e alcune città della costa nordafricana (Tripoli e Djerba), e occupò Corfù, ottenendo così l’egemonia anche sul Mediterraneo centrale. Durante il suo regno fu redatto il primo codice di leggi scritto della Sicilia.

Dagli svevi alla dominazione spagnola


La discendenza di Ruggero II non riuscì a essere all’altezza di un così illustre predecessore e progressivamente allontanò l’influenza araba dall’isola; inoltre le ribellioni dei baroni si fecero sempre più frequenti e le divisioni interne favorirono l’arrivo nel 1194 della flotta di Enrico VI di Svevia, diventato imperatore nel 1191 e venuto a reclamare i suoi diritti di successione sull’isola (nel 1186 aveva sposato Costanza, zia del re normanno Guglielmo II, morto a 36 anni senza discendenti diretti).

A Enrico VI successe Federico II di Svevia, che restaurò sull’isola la struttura burocratico-amministrativa dello Stato normanno e dette un’impronta più autoritaria e imperiale alla società, estendendo la propria egemonia a spese dell’indipendenza del clero e dell’autonomia delle città, per tenere a freno le quali fece erigere, in Sicilia come in altre zone del sud Italia, imponenti castelli come quelli di Milazzo, Catania, Siracusa e Augusta. Federico II, diventato re di Sicilia con il nome di Federico I, rese l’isola il primo Stato moderno d’Europa dal punto di vista amministrativo e legislativo, ma nel tentativo di omogeneizzare la società siciliana si rivolse contro quelle che ormai erano diventate delle minoranze, come quella musulmana.

Tuttavia, fu un grande patrocinatore delle arti (fu alla sua corte che si formò la scuola poetica siciliana, che tanta importanza ebbe nello sviluppo della lingua e della letteratura italiana), delle scienze naturali, del diritto e della medicina.

Alla sua morte però il figlio Manfredi non riuscì a fermare il declino della Sicilia sotto le spinte dei tentativi di usurpazione dei baroni e delle mire annessionistiche dei monarchi stranieri e nel 1268 l’isola divenne possedimento degli Angioini, che furono però cacciati nel 1282 con l’insurrezione conosciuta come quella Vespri Siciliani.

Fu la volta di aragonesi e spagnoli, la cui dominazione durò fino al 1713. L’anno successivo, con la pace di Utrecht, l’isola fu assegnata alla Casa Savoia che la barattò con l’Austria incambio della Sardegna. Nel 1738 tornò in mano spagnola con i Borboni, che vi dominarono incontrastati fino al 1860, l’anno dell’impresa garibaldina dei Mille, dopo la quale la Sicilia fu unita al Regno d’Italia.

Dall’Unità d’Italia alla contemporaneità


All’epoca dell’Unità la regione era gravata da sottosviluppo e da arretratezza economica, la situazione dei contadini siciliani era addirittura peggiorata rispetto all’epoca borbonica e si diffuse il brigantaggio, fenomeno sociale di ribellione al nuovo dominio della borghesia. Fu allora che si cominciò a parlare di questione meridionale, nella quale all’interno delle già critiche dinamiche economiche e sociali cominciò a inserirsi la mafia, organizzazione criminale dalla struttura non rigida che riusciva facilmente a manipolare le procedure di voto con la falsa maschera di difensore dei deboli.

Alla fine del secolo fece la sua comparsa una opposizione organizzata, quella dei fasci siciliani (o fasci dei lavoratori), un movimento sindacale di ispirazione socialista nato nel 1891 che chiedeva riforme e leggi a tutela degli interessi dei lavoratori e che conquistò un vasto seguito fra i contadini. Nel 1894 ci furono violente agitazioni, per reprimere le quali i grandi latifondisti chiesero aiuto al governo centrale.

Nonostante la formazioni di alcune cooperative di lavoratori e l’attuazione di illuminati programmi di riforma agraria da parte di singoli individui come don Luigi Sturzo, le condizioni di vita nelle campagne si facevano sempre più dure e cominciò la grande emigrazione verso l’America, raccontata magistralmente in numerosi film. Le campagne belliche dell’occupazione della Libia e della prima guerra mondiale colpirono gravemente l’economia siciliana.

Mussolini, una volta assunto il potere a Roma, in gran parte senza il sostegno dei siciliani, decise di risolvere la questione meridionale incaricando il prefetto di Palermo di “sgominare la mafia”, che nel frattempo aveva già esteso i propri tentacoli negli Stati Uniti. Gli arresti di migliaia di sospetti mafiosi, a volte sulla base solo di deboli indizi, senza riuscire a colpire i gangli dell’organizzazione, non solo non servirono a sgominare la mafia dalla Sicilia, ma la spinsero a operare ancora più segretamente.

Negli anni Trenta, a sostegno delle imprese belliche, la Sicilia venne letteralmente spremuta per la produzione di grano; questa pratica di coltivazione intensiva a scapito della diversificazione delle colture, elemento vitale per l’economia siciliana, impoverì il terreno e causò l’erosione del suolo.

Durante la seconda guerra mondiale la Sicilia fu il primo lembo di territorio italiano a essere invasa dagli Alleati, nel luglio 1943. Da questo momento i bombardamenti sulle città si fecero serrati, Messina in particolare, che ancora non si era ripresa dal devastante terremoto del 1908, fu pesantemente colpita, prima che le truppe alleate arrivassero alle sue porte il 18 agosto. Nel dopoguerra lentamente la Sicilia tentò di risollevarsi. Intanto, però, riprendeva forza il separatismo, che cominciava a organizzarsi in bande armate violente finanziate dai più potenti proprietari terrieri. Fu per rispondere e in qualche modo tamponare il fenomeno che nel 1946 alla Sicilia fu riconosciuto lo statuto speciale di regione autonoma, dotata di un proprio parlamento.

L’autonomia non riuscì tutavia a sanare le divisioni e i conflitti dell’sola, e la mafia e i vecchi proprietari terrieri più reazionari si scatenarono usando la violenza contro quella che ritenevano la maggiore minaccia al loro potere: il comunismo. L’apoteosi di questo delirio ci fu il 1° maggio del 1947, a Portella della Ginestra, dove durante una manifestazione organizzata in occasione della festa dei lavoratori, 11 persone furono uccise e altre 33 ferite, ad opera della banda di Salvatore Giuliano, ex capo di una delle bande armate separatiste in seguito arruolato alla causa anticomunista.

Il potere occulto della mafia cominciava a farsi strada nelle città, diventando sempre più potente grazie ai suoi legami con il potere politico, le sue speculazioni edilizie, il contrabbando, il traffico di droga e il pizzo, ancora molto diffuso e che, dopo anni di minacce e paura, coraggiosi commercianti e cittadini hanno iniziato a combattere, denunciando apertamente i propri estorsori.

Negli anni Settanta la mafia ha cominciato a colpire con sanguinosi attentati una serie di alti funzionari e persone impegnate a denunciarne e combatterne le attività criminose. Il governo decennale della Democrazia Cristiana, con la sua cultura conservatrice e bigotta e con la sua politica burocrate e clientelare non poté certo risollevare la situazione. Un settore che riuscì a evitare il controllo dell’amministrazione e una pianificazione di qualsiasi tipo fu quello edilizio, le cui realizzazioni, spesso obbrobriose, feriscono tuttora lo sguardo di numerosi paesaggi naturali e archeologici. Il settore industriale ha sofferto di mala amministrazione, mentre il settore agricolo è stato abbandonato a se stesso e patisce la mancanza di finanziamenti. Finanziamenti che quando arrivano, siano rivolti all’industria o all’agricoltura, si perdono il più delle volte negli oscuri meandri della cattiva amministrazione, della corruzione o della collusione delle autorità con la mafia, che ogni tanto si vede servire su un piatto d’argento occasioni d’oro come il progetto di costruzione di un ponte sullo Stretto di Messina, dal pesante impatto ambientale e dalle numerose possibilità di infiltrazione mafiosa con ingenti investimenti di narcoeuro nella costruzione del ponte (rapporto 2° semestre 2005 della DIA – Direzione investigativa antimafia).

Ed è forse questa amara consapevolezza di un legame inscindibile fra poteri politici e mafia, insieme al livello di atrocità raggiunto dalle stragi mafiose dei primi anni Novanta con le uccisioni dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che ha fatto alzare la testa a molti siciliani, che hanno scelto di rifiutare la maschera dell’omertà e di lottare quotidianamente contro la logica di morte e terrore di Cosa Nostra. Chi denunciando chi chiede il pizzo per poter tenere aperta la propria attività commerciale, chi riunendosi in associazioni, gruppi, realtà di base, impegnandosi a diffondere una cultura di giustizia sociale, chi lavorando nelle scuole per far conoscere a bambini e ragazzi che cos’è la mafia e perché combatterla.

Quello che forse meglio rappresenta la nuova aria che sta tirando in Sicilia è “Libera – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, un coordinamento di oltre 1500 associazioni, gruppi, scuole, realtà di base, siciliane ma non solo, territorialmente impegnati nella costruzione e nella diffusione di una cultura della legalità, della giustizia sociale e della tutela ambientale attraverso campi di formazione antimafia, attività antiusura, e progetti di recupero dei beni confiscati alle mafie, secondo la legge 109/96 che prevede l’assegnazione dei patrimoni e delle ricchezze di provenienza illecita a quei soggetti – associazioni, cooperative, Comuni, Province e Regioni – in grado di restituirli alla cittadinanza, tramite servizi, attività di promozione sociale e lavoro. Così si presenta al giorno d’oggi una (buona) parte della società civile siciliana che, seppur ferita dopo tutti i secoli di conquiste spesso sanguinose e colonizzazioni predatrici, potentati a volte illuminati ma pur sempre stranieri, oppure autoctoni ma occulti e mortiferi, dà una lezione di speranza alzando la testa e facendo sentire la propria voce. Un altro ottimo motivo per fare un viaggio in questa bellissima isola.